La croce e il recintoLa croce e il recintoLa croce e il recinto

LA CROCE E IL RECINTO

Due linee che s’incrociano fanno una croce e, come ha suggerito una volta Giorgio Verzotti, due assi in croce fanno l’arte.

Per Annamaria Gelmi non è così semplice: la croce si somma, per lei, alla via (e alla vita) e diventa crocevia. Che è il luogo in cui s’incrociano direzioni diverse; è luogo di riflessione e di dubbio, ma anche necessariamente di orientamento.

Dove c’è croce c’è pensiero e anche sofferenza, secondo una delle più intense intuizioni di Aby Warburg che individuò del Denkenraum, nello spazio del pensiero, la cifra fondamentale della modernità, attribuendola iconologicamente alla famosa Melencolia § I di Dürer. Nella famosa incisione del 1514 non c’è nessuna croce ma ci sono tutti gli altri segni del tempo nuovo: dalla clessidra alla bilancia alla campana: segni di misura, dunque di modernità. C’è insomma l’impronta definitiva di una umanità votata al progetto, alla scienza, all’invenzione ma sempre di nuovo delusa dalla parzialità dei risultati e dall’impotenza dell’essere pensante a comprendere tutto, alla sua necessità di scegliere, di mutare direzione, di trovare, ogni volta, il nuovo crocevia, la nuova croce.

Questo è il taglio che mi pare di dover dare alla lettura delle opere che Gelmi produce in questa rassegna monografica che ripercorre una strada risalente quasi ai suoi esordi d’artista e che non ha poi mai abbandonata, riprendendola ogni volta che lei stessa ha sentito il bisogno di rimettersi in gioco e d’interrogarsi sui nuovi percorsi (di vita) da compiere.

La croce/crocevia è il segno più vistoso dell’uomo anche nella sua dimensione collettiva, cioè sociale. Infatti è il modo più semplice e lineare per trovare un centro e fissarlo. Intorno al centro si costruisce la comunità, la città. Ma prima ancora il villaggio primigenio, luogo di raduno degli esseri sbandanti nell’archetipica notte dei tempi in cui comincia ad albeggiare la civiltà. Dallo stato di natura a quello civile è il tracciato un po’ edulcorato e fittizio che i filosofi della politica hanno indicato fin dai tempi, concentrando poi l’attenzione sulla forma del patto sociale, con cui gli uomini hanno, in modi diversi ma convergenti, convenuto di non farsi più la guerra l’un l’altro (homo homini lupus) per accettare invece un’autorità superiore, da loro delegata a risolvere i conflitti. Nella più famosa e fortunata di quelle letture, quella di Thomas Hobbes a metà Seicento, il sovrano, sotto la forma del grande mostro biblico Leviathan, diventa egli stesso crocevia del duplice patto che gli uomini hanno stretto fra loro e poi appunto col re, garante del mantenimento dell’obbligazione politica a cui tutti gli uomini devono sottostare. Poco più tardi sarà Giambattista Vico ad addolcire e insieme a rendere più universale quel passaggio, riprendendo tutta la scienza antica del giusnaturalismo e insistendo sul ruolo santificante della storia, con tutte le sue croci e i vari crocevia che gli uomini hanno passato.

È inevitabile infatti che intorno al centro della croce e dei suoi bracci s’instauri un confine, che faccia da protezione e chiusura e marchi la differenza tra chi è dentro e chi è fuori. La croce allora produce facilmente recinto, con tutto quel che significa ciò per la nascita della politica, anzi della politicità umana.

La forma primaria parrebbe essere quella del castrum, ma ce n’è ben altre e anche prima. Ci sono i cerchi di pietre cercati e trovati da Richard Long nei suoi vagabondaggi nei deserti montani, o le mappe stradali della Michelin ridotte a quadri/opere d’arte da Jed Martin, il pittore eroe del romanzo La carta e il territorio di Michel Houellebecq, o al più realistico “When Attitudes Become Form” di Michael Heizer.

Ecco, la forma. È come se anche per Annamaria Gelmi le sue croci e i suoi recinti fossero, prima che oggetti di rappresentazione artistica, la forma di quest’ultima, quasi il residuo di un lavoro e di una riflessione già fatti e vissuti prima; come se il risultato fisico dell’opera fosse solo certificazione del lavoro compiuto, la sua fissazione su carta: che è poi proprio anche la materia con cui Gelmi lavora, fissandola su tela. I suoi quadri insomma come archivio di vita vissuta, come una fotografia o una mappa di stati d’animo, di chiusure e aperture. Come dev’essere appunto ogni crocevia e anche ogni recinto.

Il recinto è anche, naturalmente, una importante metafora politica, come quella della casa o della nave. Indica protezione e difesa, e comunità al proprio interno. In questo senso, si può dire che ogni croce o incrocio genera il proprio recinto, come ogni problema esige la propria soluzione. Il recinto in politica è da circa un millennio garanzia di pace, ordine, benessere. Nella città si esercita il ben comune, già nel famoso affresco di Ambrogio Lorenzetti a Siena, e anche fuori della città si può viaggiare e lavorare tranquilli fin dove regna la sicurezza che la città dominante assicura. Sia la croce che il recinto assicurano l’ordine che è il principio di base della concezione politica dell’Occidente.

Sono considerazioni solo apparentemente slegate dal contesto artistico in cui si muove l’opera di Gelmi. Qualche anno fa il grande architetto Vittorio Gregotti inaugurava la nuova rivista “Rassegna”, dedicando il primo fascicolo (anno I, numero1, dicembre 1979) proprio al tema Recinti. Naturalmente il suo quadro di riferimento era lo spazio architettonico, presentato sotto il triplice profilo del progetto, dell’ambiente e dell’interno. Ma il risultato finale a cui giungeva mi pare che possa valere anche qui: il recinto veniva da lui infatti assimilato alla sua funzione primaria che dovrebbe essere quella di costituire uno spazio vietato ad ogni attraversamento non riconosciuto. «Così – scrivevo allora a commento – la nozione di recinto è strettamente correlata a quella di sicurezza e si contrappone, in tal guisa, all’ambiguità e all’incertezza del movimento, almeno fin quando tutti i percorsi e le piste, i sentieri e le rotte stabilite non siano ricondotte entro il recinto, o quest’ultimo non si sia allargato a comprenderle tutte». Così, concludevo, la croce e il recinto esprimono le due valenze primarie di ogni rapporto politico da noi praticato in Occidente: quella, da una parte, dell’eguaglianza dei soggetti nel recinto (in particolare se quest’ultimo è tondo, ma anche se è quadrato vista l’importanza avuta per secoli dal tema della quadratura del cerchio) e quella, d’altra parte, del centro/croce come principio di separazione e divisione interna ma anche di organizzazione, se si vuole, di pianificazione e controllo, di potere insomma.

Troppe cose nelle croci/incroci/recinti di Annamaria? Sappiamo che quel che conta è ciò che vede l’utente e a me interessa mettere in chiaro le analogie, i paralleli, le similitudini che il suo discorso suscitano in me, rispetto anche alle mie personali esperienze, di tutt’altro genere, con quei temi. O, come scriveva Gregotti, rispetto al «momento dell’adattamento dell’archetipo – inteso come principio progettuale – alla realtà materiale».

Ci sarebbe da dire sull’intrinseca semantica liturgica o almeno ritualistica propria del richiamo alla croce, ma c’è chi si occupa già del tema, in questo stesso catalogo. Mi limito a osservare che senza rito nessuna operazione raggiunge il livello necessario per svolgere la propria funzione ideologica; e questo vale anche per l’arte, la quale notoriamente vive di ideologia – quando è arte vera – e necessita perciò sia della forza propositiva del progetto che di quella misteriosa del rito e della sua assimilazione, eventualmente anche simulativa. Perché, nel caso del recinto, si accoppia alla dimensione concreta di “interno regolato” una dimensione rituale e quasi ludica, in cui la cerimonia trapassa continuamente dal significato simbolico al valore materiale, svolgendo una decisiva funzione sociale.

Questa è, in breve, la stessa storia recente (tre-quattro secoli) della razionalizzazione del recinto nei suoi termini politici, che mi piace ritrovare nell’insistenza con-centrica di queste opere di Gelmi. È la visione laica, funzionale, architettonica, quasi ingegneristica di una comunità di uomini che hanno cercato e trovato nella costituzione scritta – recinto giuridico rigido per eccellenza – la garanzia delle loro sicurezze e dunque della soddisfazione dei loro bisogni. Mi è sembrato giusto evocare questo scenario perché è quello a cui siamo più abituati e mi sembra che simbolicamente le croci, gli incroci, i recinti qui raffigurati esprimano assai bene quel che ho detto brevemente del nostro mondo politico occidentale, come da tempo anch’io lo vado descrivendo nel mio gergo professionale.

Ma non basta, perché quel mondo è dichiaratamente in crisi ed è venuto perdendo buona parte della certezza quasi geometrica (linee, croci, angoli, cerchi) su cui riposava la sua proiezione anche simbolica. È ritornata l’ansia, la paura; è cresciuta la nervosità che fin dall’inizio aveva caratterizzato la soluzione borghese dell’esistenza, a bilanciare una ragione e una razionalità che fin dall’illuminismo non poteva che essere intrinsecamente dialettica. Insomma la costituzione-recinto è in crisi, ma restano le croci e gli incroci, che si vanno nutrendo di nuovo di elementi vagamente sacrali o anche solo magici o spettacolari.

A ogni incrocio sembra essere tornato il trickster, l’erede di Hermes, il dio della fandonia e della pompa, dell’accompagnamento e del prossenetismo. C’è di nuovo mistero nei luoghi e nei modi d’incontro degli uomini, come ai tempi antichi di Sabazio e di Mitra. Il destino è aperto: o si va verso il grande fratello (che non scriverò mai a lettere maiuscole) o si torna ai misteri delle minoranze; o si va al populismo più sfrenato e autoritario oppure ci s’indigna e si occupa e si fa minoranza di primavera.

C’è anche questo nell’opera di Gelmi? I pensieri dell’artista sono insondabili, come quelli delle fizie e dei profeti: all’artista tocca solo dire, agli altri tocca leggere e interpretare. A me sembra che in queste tele sia nascosta anche la speranza di un mondo migliore, diverso, in cui la geometria venga turbata da segni difformi, inqualificabili, eppure precisi, a cui ciascuno ha da dare, alla fine, il significato che crede. Perché essi esprimono, come dicevo all’inizio, il dubbio l’incertezza e anche la melancolia, che resta la cifra non eliminabile dell’esistenza umana.

Pierangelo Schiera

Lascia una risposta